Liberalizzare senza dirigismi
Nel momento in cui la situazione economica diventa “gravissima”, come ha detto ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, il quale ha spiegato che crescita e occupazione diventano gli obiettivi principali da perseguire una volta assicurata la blindatura dei conti, sarà bene riflettere sul “decreto liberalizzazioni” in arrivo.
7 AGO 20

Nel momento in cui la situazione economica diventa “gravissima”, come ha detto ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, il quale ha spiegato che crescita e occupazione diventano gli obiettivi principali da perseguire una volta assicurata la blindatura dei conti, sarà bene riflettere sul “decreto liberalizzazioni” in arrivo. Come fingere di liberalizzare facendo l’opposto lo ha spiegato ieri Piero Ostellino con un lucido articolo sul Corriere della Sera dedicato alla presunta liberalizzazione dei taxi, delle farmacie e delle professioni, attuata con l’aumento delle licenze, con la trattativa discrezionale degli enti locali con le corporazioni, e con una ridefinizione delle prerogative economiche delle categorie professionali. L’aumento del numero delle licenze di taxi, di farmacie e uffici di notai, non significa liberalizzare.
Ostellino non rifiuta il principio della licenza per certi servizi pubblici, ma le nuove licenze andrebbero messe all’asta. Si presume che le licenze oggetto d’asta sarebbero a lunga scadenza, ma non a tempo indeterminato, dopo la morte del titolare. Così il numero dei taxi, e indirettamente anche le loro tariffe, deriverebbero dalla gara che cesserebbe quando il prezzo della nuova licenza fosse zero. Coloro che hanno licenze e che hanno pagato vanno però tutelati con il provento delle aste. Invece la vendita delle licenze da parte dei titolari fa parte dell’economia corporativa. E l’autorizzazione agli enti locali a trattare con le associazioni dei tassisti o dei farmacisti la rafforza ed è foriera di clientelismo e corruzione. Il ragionamento di Ostellino sull’aumento del numero come finta liberalizzazione vale anche per la proposta di sostituire l’abrogazione delle province con il loro accorpamento che lascia intatto il livello di regolamentazione e di potere burocratico provinciale. Le liberalizzazioni implicano la società aperta, non un diverso dirigismo.
Ostellino non rifiuta il principio della licenza per certi servizi pubblici, ma le nuove licenze andrebbero messe all’asta. Si presume che le licenze oggetto d’asta sarebbero a lunga scadenza, ma non a tempo indeterminato, dopo la morte del titolare. Così il numero dei taxi, e indirettamente anche le loro tariffe, deriverebbero dalla gara che cesserebbe quando il prezzo della nuova licenza fosse zero. Coloro che hanno licenze e che hanno pagato vanno però tutelati con il provento delle aste. Invece la vendita delle licenze da parte dei titolari fa parte dell’economia corporativa. E l’autorizzazione agli enti locali a trattare con le associazioni dei tassisti o dei farmacisti la rafforza ed è foriera di clientelismo e corruzione. Il ragionamento di Ostellino sull’aumento del numero come finta liberalizzazione vale anche per la proposta di sostituire l’abrogazione delle province con il loro accorpamento che lascia intatto il livello di regolamentazione e di potere burocratico provinciale. Le liberalizzazioni implicano la società aperta, non un diverso dirigismo.